Il rincaro e la minore disponibilità dei fertilizzanti azotati stanno mettendo sotto pressione gli agricoltori e, attraverso i costi di produzione, possono riflettersi sui prezzi degli alimenti. Un’analisi pubblicata da The Conversation e ripresa da Phys.org collega le recenti difficoltà alle perturbazioni dei mercati energetici e ai conflitti geopolitici, indicando nei biofertilizzanti una possibile alternativa. Il problema riguarda le filiere agricole mondiali, mentre il caso australiano mostra la vulnerabilità dei Paesi dipendenti dalle importazioni: l’Australia acquista ogni anno all’estero circa 3,5-4 milioni di tonnellate di fertilizzanti.
- Il gas naturale fornisce energia e idrogeno alla produzione industriale di ammoniaca.
- Secondo le ricerche citate, circa metà della popolazione mondiale è alimentata grazie ai fertilizzanti azotati sintetici.
- La produzione di ammoniaca genera circa il 2% delle emissioni globali di anidride carbonica.
- I biofertilizzanti contengono generalmente meno azoto e hanno un’efficacia più variabile rispetto ai prodotti convenzionali.
La dipendenza dal gas nasce con il processo Haber-Bosch
La catena comincia dall’azoto, che costituisce quasi l’80% dell’aria ma non può essere assorbito direttamente dalle piante in forma gassosa. Per renderlo utilizzabile deve essere trasformato, per esempio, in ammonio o nitrato.
Il processo industriale Haber-Bosch combina l’azoto atmosferico con l’idrogeno a temperature estremamente elevate, producendo ammoniaca. Da questa si ottengono fertilizzanti come urea e nitrato di ammonio, fondamentali per colture destinate a prodotti quali pane, birra, oli alimentari e mangimi.
Nel corso dell’ultimo secolo questo sistema ha sostenuto l’aumento della produzione agricola, ma ha anche creato una stretta relazione con il gas naturale, soprattutto metano. Il combustibile serve sia a fornire l’energia agli impianti sia a ricavare l’idrogeno necessario per l’ammoniaca.
Quando sale il prezzo del gas, produrre fertilizzanti azotati diventa rapidamente più costoso.
I conflitti trasferiscono la volatilità energetica ai campi
Le recenti interruzioni delle forniture energetiche globali, comprese quelle associate all’invasione russa dell’Ucraina e alla prolungata guerra tra Stati Uniti e Iran, hanno spinto verso l’alto i prezzi dei fertilizzanti azotati, secondo il rapporto.
Per gli agricoltori ridurne semplicemente l’impiego non è una soluzione priva di conseguenze: una quantità insufficiente di azoto può abbassare le rese, peggiorare la qualità dei cereali e ridurre i ricavi. I maggiori costi possono poi attraversare la filiera e interessare pane, cereali per la colazione e latticini.
Questo significa che la volatilità di un input agricolo può arrivare fino alla spesa alimentare delle famiglie, anche lontano dai Paesi in cui nasce la perturbazione energetica.
Per un lettore italiano, il dato australiano non rappresenta quindi soltanto una questione locale: mostra il funzionamento di filiere nelle quali energia, fertilizzanti, raccolti e prezzi alimentari sono collegati. La rilevanza pratica dipende dal grado di esposizione di ciascun sistema agricolo e dalle alternative disponibili.
I biofertilizzanti promettono meno dipendenza, ma restano variabili
Una maggiore produzione convenzionale potrebbe ridurre la dipendenza dalle importazioni, ma manterrebbe il problema ambientale. La fabbricazione di ammoniaca produce ogni anno tra 430 e 500 milioni di tonnellate di anidride carbonica, pari a circa il 2% delle emissioni globali di CO2.
I biofertilizzanti possono essere ottenuti da compost, letame e altra materia organica riciclata, attraverso compostaggio o digestione anaerobica. Alcuni prodotti contengono inoltre microrganismi benefici che aiutano le piante ad accedere ai nutrienti o a catturarli attraverso le radici e il terreno circostante.
Le ricerche disponibili hanno fornito risultati promettenti per alcuni biofertilizzanti, con miglioramenti delle rese e dell’assorbimento dei nutrienti. Non sono però sostituti automaticamente equivalenti: in genere presentano concentrazioni di azoto inferiori, richiedono quantità maggiori e possono rilasciare nutrienti soltanto in determinate condizioni di temperatura, umidità e attività microbica.
Anche terreno, piogge e varietà coltivata possono modificarne l’efficacia. Per gli agricoltori ciò implica una minore prevedibilità rispetto ai fertilizzanti sintetici e rende più difficile scegliere prodotto, dose e momento di applicazione.
Il prossimo passo passa da prove sul campo indipendenti
La prospettiva indicata dagli autori non è una sostituzione immediata, ma un programma di ricerca più robusto. Le priorità proposte comprendono sperimentazioni di lungo periodo in terreni, climi e sistemi agricoli differenti, insieme a test indipendenti che consentano di confrontare i prodotti.
Servono inoltre strumenti decisionali capaci di associare ogni biofertilizzante alle condizioni nelle quali può funzionare meglio. Solo dati più affidabili permetterebbero di ridurre il rischio per gli agricoltori e valutare se questi prodotti possano limitare la dipendenza dai fertilizzanti sintetici di origine fossile senza compromettere la produzione alimentare.
I biofertilizzanti possono diventare un’alternativa concreta o resteranno un’integrazione ai prodotti sintetici? Condividete la vostra opinione.






























