Un progetto congiunto della Murdoch University e della Walailak University punta a ripristinare le praterie marine intorno a Koh Lidi, due isole nel parco nazionale di Mu Ko Phetra, nella provincia thailandese di Satun. I ricercatori hanno sviluppato capsule 3D biodegradabili che racchiudono i giovani trapianti e li proteggono mentre mettono radici. La tecnologia, basata su una bioplastica prodotta mediante fermentazione batterica, è ancora allo stadio di prototipo: sono in corso verifiche sulla sicurezza e sul packaging prima dell’avvio delle prove sul campo.
- Le capsule sono progettate per difendere i trapianti da onde, sedimenti e animali marini.
- Il materiale utilizzato è il poliidrossialcanoato, una bioplastica indicata con la sigla PHA.
- Le strutture dovrebbero biodegradarsi completamente dopo l’attecchimento delle piante.
- I prototipi non sono ancora stati sottoposti alle prove sul campo.
Una cupola ancorata al fondale protegge ogni trapianto
Il prototipo combina una cupola protettiva e un sistema di ancoraggio da inserire nel fondale. Al suo interno viene collocato un giovane germoglio, mentre le aperture laterali consentono alle radici di espandersi verso l’esterno. La barriera limita nel frattempo l’accesso di granchi, pesci e tartarughe.
La stampa 3D permette di realizzare questa struttura usando PHA. Secondo Alexandra Gulizia, della Murdoch University, il materiale viene ottenuto attraverso la fermentazione batterica impiegando ceppi microbici reperiti localmente nell’Australia occidentale. Le sue proprietà possono essere calibrate per trovare un equilibrio tra resistenza all’ambiente marino e biodegradabilità.
L’obiettivo è dare alle giovani piante il tempo necessario per radicarsi, senza lasciare sul fondale una protezione permanente.
Il PHA necessario al progetto può essere prodotto sia nel Bioplastics Innovation Hub della Murdoch University sia nel Joint Laboratory of Waste and the Circular Economy della Naresuan University, in Thailandia.
La perdita delle praterie minaccia fauna e pesca costiera
Le praterie di Koh Lidi funzionano da area di crescita per gamberi, granchi e pesci che sostengono le comunità locali dedite alla pesca. Sono inoltre la principale fonte alimentare dei dugonghi thailandesi, la cui popolazione è in diminuzione. Negli ultimi anni, lungo la costa thailandese delle Andamane è stato trovato morto un numero senza precedenti di questi mammiferi, mentre le praterie marine diminuivano sotto diverse pressioni ambientali.
Le fanerogame marine non sono alghe, ma piante radicate nel sedimento. Questa caratteristica rende delicata la fase iniziale di un intervento di ripristino: nella zona, i giovani germogli possono essere trascinati via, sepolti dai sedimenti oppure mangiati prima che le radici riescano a stabilizzarli.
Se le capsule aumentassero davvero la sopravvivenza dei trapianti, il progetto offrirebbe un metodo replicabile per affrontare uno dei passaggi più fragili del recupero degli ecosistemi costieri.
Per un lettore italiano, l’interesse va oltre il singolo sito thailandese: anche il Mediterraneo ospita praterie di piante marine, comprese quelle di Posidonia oceanica. Ciò non significa che il prototipo sia già adatto a questi ambienti, ma mostra come stampa 3D e materiali biodegradabili potrebbero essere valutati anche in altri programmi di recupero costiero.
I test decideranno se il prototipo può arrivare in mare
Il progetto è condotto dai dottorandi Patsakorn Jeenchuay e Leoniel Jude Giray, sotto la supervisione di Mullica Jaroensutasinee e Krisanadej Jaroensutasinee del Centre of Excellence for Ecoinformatics della Walailak University. Per la Murdoch University partecipano Gulizia e Andrew Macrae, mentre Jennifer Verduin fornirà guida scientifica e tutoraggio.
Macrae, Gulizia e Samantha Vijjoen hanno visitato Koh Lidi per esaminare il sito e incontrare il gruppo thailandese. Il passaggio successivo dipende ora dalle verifiche sui prototipi. Solo le prove sul campo potranno chiarire se le cupole resistono abbastanza a lungo, proteggono efficacemente i germogli e poi si degradano come previsto.
In caso di successo, secondo Verduin, la tecnologia potrebbe diventare una soluzione scalabile e rispettosa dell’ambiente per il ripristino delle praterie marine nel Sud-est asiatico e in altre regioni costiere con problemi analoghi.
Le capsule biodegradabili vi sembrano una strada promettente per il recupero delle praterie marine? Condividete la vostra opinione.































