I chino sono il passe-partout del guardaroba maschile: abbastanza ordinati da accompagnare una camicia Oxford e scarpe eleganti, ma più informali dei pantaloni sartoriali. La novità è guardarli da una prospettiva opposta, privilegiando modelli scoloriti, sfrangiati o segnati da toppe e schizzi di vernice. Una selezione di dieci proposte, da J.Press a Gap, mostra come il classico pantalone color kaki possa adottare il linguaggio dei jeans vissuti. Il risultato non elimina la versatilità dei chino, ma la sposta decisamente fuori dall’ufficio, verso abbinamenti estivi e un’estetica più disinvolta.
- La selezione comprende dieci modelli con tinture sbiadite, riparazioni, vernice o tessuti dall’aspetto consumato.
- Tra i marchi figurano J.Press, Polo Country, Save Khaki, A.PRESSE, Auralee, J.Crew e Gap.
- J.Press vende i propri chino senza orlo e suggerisce di lavarli prima di farli accorciare.
- Corridor combina tintura a pigmento e tintura del capo per ottenere un colore destinato a evolvere con l’uso.
Trattare i chino come il denim significa accettare che scolorimento, pieghe e riparazioni possano diventare parte dello stile anziché difetti da nascondere.
Il pantalone da ufficio passa al tempo libero
Il punto di partenza resta un capo sobrio, normalmente associato a un abbigliamento ordinato e facilmente combinabile. Sbiaditure e bordi consumati ne cambiano però il tono: invece di completare una divisa da lavoro, i chino assumono l’aria rilassata di un indumento indossato a lungo e senza troppe precauzioni.
Il riferimento più immediato è il denim distressed. Frank Muytjens, ex designer di J.Crew, aveva mostrato alcuni anni fa un paio di chino molto consumati: inizialmente usati in ufficio, erano poi diventati pantaloni da giardinaggio. È un esempio che riassume bene l’idea di fondo, perché l’usura racconta il passaggio da capo formale a indumento per il tempo libero.
Negli abbinamenti, la proposta è altrettanto rilassata: polo dall’aspetto scolorito e infradito per una combinazione estiva, oppure sneakers di tela e giacca di jeans. Per chi indossa abitualmente i chino anche in Italia, questo significa poter riutilizzare una silhouette familiare senza adottare necessariamente la rigidità del classico pantalone beige da ufficio.
Toppe, vernice e tinture costruiscono l’effetto vissuto
I marchi interpretano l’usura in modi differenti. Polo Country ha riportato in catalogo chino ampi ispirati agli anni Novanta, realizzati in un tessuto resistente e completati da patchwork, schizzi di vernice e riparazioni in stile Sashiko. Save Khaki propone invece un modello blu postale, sbiadito e largo, prodotto negli Stati Uniti.
A.PRESSE guarda all’abbigliamento da lavoro francese con un chino blu, mentre Cherry combina la forma classica con tasche posteriori a pattina derivate dai pantaloni militari e una toppa in camoscio più comunemente associata ai jeans. Auralee interviene con pieghe, cintura in stile Gurkha, cotone egiziano morbido e macchie di vernice.
L’effetto consumato può nascere dal tempo, ma anche da tinture e lavorazioni progettate per continuare a cambiare dopo l’acquisto.
Corridor usa sia la tintura a pigmento sia quella in capo su un robusto twill di cotone. Il colore è quindi già particolare all’inizio e continua a modificarsi con lavaggi e utilizzo. J.Crew recupera invece dal proprio catalogo degli anni Novanta chino preammorbiditi e tinti a pigmento, puntando apertamente sulla nostalgia.
Vestibilità ampia e tessuti robusti completano il cambio di stile
Non è soltanto il colore a distinguere questi chino. Khakis sceglie un cotone fiammato solitamente impiegato nei pantaloni da lavoro, aggiungendo pieghe, taschino portamonete e finiture consumate. Gap propone una versione larga, morbida e dotata di una componente elasticizzata, pensata per non aderire troppo alle cosce con il caldo.
J.Press segue una strada più graduale: il suo modello è tinto in capo e confezionato in pesante tela di cotone, destinata ad ammorbidirsi con i lavaggi. Poiché i pantaloni sono venduti senza orlo, il marchio consiglia di lavarli prima di farli accorciare, così da tenere conto di un eventuale restringimento.
In pratica, la scelta dipende dal tipo di effetto desiderato. Toppe e vernice rendono il carattere vissuto immediatamente visibile; una tintura che scolorisce, invece, lascia che il capo sviluppi nel tempo una finitura più personale. In entrambi i casi, i chino conservano la loro funzione di base versatile, ma rinunciano all’aspetto impeccabile che li accompagna più spesso.
Preferite chino già scoloriti e riparati oppure un paio nuovo da lasciare invecchiare con l’uso?






























