Un El Niño potenzialmente da record si sta sviluppando nel Pacifico tropicale e potrebbe amplificare temporaneamente il riscaldamento globale, con effetti meteorologici diversi da una regione all’altra. Le temperature giornaliere della superficie marina nell’area Niño 3.4 risultano circa 2,6 °C sopra la media mobile di 30 anni, secondo il Climate Brink, che utilizza dati satellitari e delle boe della NOAA. Le previsioni aggregate dal portale indicano un possibile picco dell’anomalia a 3,9 °C a novembre. Se i modelli saranno confermati, gran parte dell’impatto termico globale emergerebbe nel 2027.
- Nella regione Niño 3.4 la temperatura superficiale del mare è circa 2,6 °C sopra la media mobile trentennale.
- Le proiezioni aggregate indicano un possibile picco di 3,9 °C a novembre, contro i 3 °C rilevati durante l’evento del 2015.
- La NOAA stima una probabilità del 69% che questo El Niño sia il più forte nella propria serie, iniziata nel 1950.
- Secondo i calcoli citati, il fenomeno potrebbe aggiungere temporaneamente 0,3 °C alla tendenza di lungo periodo.
Il calore del Pacifico modifica la circolazione atmosferica
El Niño è la fase calda dell’ENSO, l’oscillazione naturale che coinvolge oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale. Si forma quando gli alisei, che normalmente soffiano da est verso ovest, si indeboliscono: parte dell’acqua calda accumulata nel Pacifico occidentale torna così verso est e raggiunge la superficie.
Quando le temperature superiori alla media persistono per alcuni mesi, aumentano nubi e tempeste nella regione. Questa variazione influenza la circolazione atmosferica e può favorire condizioni più calde e secche in alcune aree, più fresche e piovose in altre.
In Indonesia, una stagione secca lunga e intensa ha già alimentato incendi che hanno bruciato centinaia di migliaia di ettari. Michelle L’Heureux, responsabile del gruppo ENSO del Climate Prediction Center della NOAA, ha spiegato che un evento più forte rende più probabili gli effetti normalmente associati a El Niño, precisando però che nessuno di essi è garantito.
Per i lettori italiani, questo significa che un El Niño intenso è un segnale climatico globale rilevante, ma non costituisce da solo una previsione meteorologica certa per l’Italia o per una singola stagione.
Indici diversi confermano la forza, ma non la stessa intensità
Non esiste un unico metodo universalmente accettato per misurare El Niño. A febbraio la NOAA ha adottato il Relative Oceanic Niño Index, o RONI, che confronta il riscaldamento nella regione Niño 3.4 con quello dell’intera fascia tropicale. Con questa scala i valori risultano più bassi, ma la posizione prevista nella serie storica non cambia: l’agenzia assegna il 69% di probabilità che l’evento sia il più intenso nel suo archivio dal 1950.
La distinzione è importante perché un valore eccezionale dipende anche dal riferimento statistico utilizzato. Il confronto tra indici consente di separare, per quanto possibile, il segnale specifico dell’ENSO dal riscaldamento più esteso dei mari tropicali.
Il 2027 potrebbe anticipare il clima atteso più avanti
Secondo i calcoli dei climatologi Zeke Hausfather e Andrew Dessler, El Niño potrebbe aggiungere temporaneamente 0,3 °C alla tendenza di riscaldamento globale. La temperatura media del 2027 arriverebbe così a 1,76 °C sopra i livelli preindustriali, concentrando in un singolo anno un livello di calore che altrimenti sarebbe atteso nel 2037. Mike McPhaden, scienziato della NOAA, considera possibile un valore di 1,7 °C se le proiezioni dei modelli si realizzeranno.
L’anno in corso potrebbe intanto contendere al 2024 il primato di anno più caldo registrato. L’effetto maggiore di El Niño tende però a manifestarsi nell’anno successivo, motivo per cui l’attenzione degli esperti è concentrata soprattutto sul 2027.
Queste proiezioni non descrivono un nuovo livello permanente, ma mostrano come una variazione naturale possa sovrapporsi al riscaldamento causato dalle attività umane e produrre un picco temporaneo.
Il cambiamento climatico può rendere più severi gli effetti
Gli scienziati concordano sul fatto che il cambiamento climatico intensifichi gli impatti associati a El Niño. Un’atmosfera riscaldata dai gas serra trattiene più umidità, rendendo potenzialmente più estreme le precipitazioni; allo stesso tempo, suoli più secchi possono aggravare le siccità nelle regioni dove il fenomeno riduce le piogge.
Resta invece meno definito se il cambiamento climatico stia rendendo più forti gli stessi cicli di El Niño. McPhaden ha richiamato dati ricavati dagli scheletri dei coralli, osservazioni strumentali risalenti al XIX secolo e modelli climatici: nel loro insieme suggeriscono che l’ampiezza degli eventi possa essere aumentata di circa il 10% nell’ultimo secolo. Si tratta di un’ipotesi sostenuta da evidenze emergenti, non di una conclusione condivisa allo stesso modo da tutta la comunità scientifica.
Secondo voi, le previsioni probabilistiche su El Niño vengono comunicate con sufficiente chiarezza, distinguendo bene scenari globali e conseguenze locali?






























