«Non venite da noi quando avete già fatto tutto soltanto per ottenere un’approvazione»: con queste parole Saqib Sohail riassume la richiesta del Fashion Producer Collective, gruppo che vuole coinvolgere i produttori della moda fin dalla progettazione delle strategie di sostenibilità. Formalizzato nel 2025 dopo diversi anni di attività informale, il collettivo sostiene che fabbriche e fornitori vengano consultati troppo tardi, quando problemi, priorità e possibili soluzioni sono già stati definiti da marchi, autorità, organizzazioni non governative o iniziative che riuniscono più soggetti del settore.
- Il Fashion Producer Collective vuole trasformare i produttori da semplici esecutori a co-creatori delle strategie di sostenibilità.
- Il collettivo è stato formalizzato nel 2025, dopo avere operato informalmente per diversi anni.
- Sapphire Group è passata da quattro a 40 certificazioni e spende 130.000 euro l’anno soltanto per le relative tariffe.
- I membri chiedono di partecipare alla definizione dei problemi e non soltanto all’attuazione delle soluzioni.
«Coinvolgeteci dal giorno zero»
Sohail, co-creatore del collettivo e consulente di Upfront Textiles, lavora su materie prime, due diligence sociale, gestione dell’acqua e decarbonizzazione degli impianti. La sua critica riguarda il momento in cui i produttori vengono chiamati al confronto: spesso, sostiene, soltanto quando resta da approvare o applicare un progetto già costruito altrove.
«Unitevi a noi dal giorno zero, rendeteci parte di questo processo dal punto di vista della co-creazione», afferma. Secondo Sohail, decidere ciò che dovrebbe essere utile alle fabbriche senza interpellarle rappresenta l’opposto di un rapporto equo.
La distinzione centrale non è tra essere ascoltati o ignorati, ma tra commentare una soluzione già pronta e partecipare alla scelta delle domande, delle priorità e dei limiti da affrontare.
Nel funzionamento ordinario delle filiere della moda, marchi e fornitori hanno ruoli diversi: i primi possono fissare requisiti per gli ordini, mentre i secondi devono tradurli nei processi produttivi. Audit e certificazioni servono a verificare il rispetto di determinati standard, ma sistemi differenti possono chiedere controlli simili senza essere necessariamente intercambiabili.
Certificazioni e interventi imposti aumentano i costi
Kim van der Weerd, cofondatrice del Fashion Producer Collective, racconta di avere cambiato prospettiva dopo essere passata dagli studi sui diritti umani alla gestione di fabbriche di abbigliamento. A suo giudizio, molte soluzioni proposte per la sostenibilità sono state progettate da persone che non conoscono abbastanza la realtà operativa degli stabilimenti.
Durante il lavoro come responsabile di una fabbrica a Phnom Penh, in Cambogia, van der Weerd dice di essersi sentita obbligata ad applicare e finanziare misure richieste dai marchi, spesso attraverso auditor, anche quando non risultavano adatte allo stabilimento. Tra gli esempi citati dai produttori figurano certificazioni diverse ma in larga parte duplicate e il passaggio a fonti energetiche non compatibili con le risorse disponibili localmente.
Il peso economico emerge dal caso illustrato da Saqib Shahzad, responsabile generale della sostenibilità di Sapphire Group in Pakistan e membro fondatore della Transformers Foundation. «Qualunque cosa dica il marchio, devi farla», afferma. Quindici anni fa l’azienda possedeva quattro certificazioni; oggi ne deve mantenere 40, spendendo 130.000 euro l’anno per le sole tariffe. Secondo Shahzad, i costi di attuazione sono da tre a cinque volte superiori.
Per i fornitori, partecipare prima alle decisioni potrebbe significare indirizzare risorse verso interventi applicabili al singolo contesto, anziché moltiplicare adempimenti sovrapposti.
Il collettivo sperimenta una governance meno gerarchica
Ilishio Lovejoy, co-creatrice del FPC e program manager della Laudes Foundation, osserva che i produttori tendono a opporre resistenza quando non partecipano alla progettazione o alle modalità di attuazione di una soluzione. In questi casi, marchi e decisori politici possono cercare di ottenere il cambiamento ricorrendo a sanzioni economiche o alla minaccia di interrompere i contratti.
Prima della formalizzazione, il collettivo si riuniva ogni mese e lavorava, tra l’altro, alla mappatura delle norme e alla pubblicazione di documenti di analisi. Van der Weerd era preoccupata che una struttura gerarchica potesse ridurre lo spazio per alcune voci o costringere l’organizzazione ad assumere una posizione unica.
Christian Koch, consulente per la strategia e lo sviluppo organizzativo, è stato coinvolto per costruire una struttura capace di conservare fiducia e relazioni personali, aumentando al tempo stesso visibilità e capacità d’azione. L’obiettivo dichiarato da van der Weerd è dare ai produttori maggiore influenza sulle strategie ambientali e sociali del settore.
Questo significa che la proposta del Fashion Producer Collective non riguarda soltanto procedure più efficienti: mette in discussione chi abbia il potere di decidere nella filiera. Per i marchi, una vera co-creazione implicherebbe condividere la definizione delle strategie, non limitarsi a raccogliere osservazioni prima dell’applicazione.
Marchi e produttori dovrebbero condividere fin dall’inizio le decisioni sulla sostenibilità, oppure spetta ai committenti fissare gli standard? Raccontateci la vostra opinione.































