Per i marchi italiani che vendono o cercano spazio nel mercato britannico, i primi segnali del governo di Andy Burnham riguardano direttamente la salute dei negozi e delle filiere locali. Nei suoi primi nove giorni da primo ministro del Regno Unito, il leader ha promesso investimenti decentrati per manifattura e piccole imprese e una rinascita delle “high street”, le tradizionali vie commerciali. Ha inoltre ridotto le business rates per locali musicali, pub e attività dell’ospitalità. La moda, tuttavia, non è ancora compresa esplicitamente fra i settori beneficiari.
- Nel 2025 hanno chiuso 17.000 negozi nelle high street britanniche, secondo la British Independent Retail Association.
- Burnham ha ridotto le business rates per locali musicali, pub e imprese dell’ospitalità, ma non per i rivenditori di moda.
- Il British Fashion Council chiede che opportunità e investimenti non rimangano concentrati a Londra.
- Burnham è il primo deputato Labour and Co-operative a diventare primo ministro britannico.
I negozi di moda chiedono di entrare nella rinascita commerciale
La situazione descritta dalle associazioni di settore è difficile. La British Independent Retail Association riferisce che le 17.000 chiusure del 2025 hanno comportato la perdita di migliaia di posti di lavoro, mentre le business rates sono raddoppiate rispetto al 2024. Queste imposte, legate agli immobili utilizzati dalle attività economiche, rappresentano una voce di costo particolarmente rilevante per chi mantiene una presenza fisica.
Se la “rinascita” annunciata da Burnham resterà limitata a pub e ospitalità, una parte importante delle vie commerciali britanniche rischia di non beneficiare della prima fase del piano.
Andrew Goodacre, amministratore delegato dell’associazione dei rivenditori indipendenti, considera la moda il comparto più debole delle high street e chiede sia una riforma delle business rates sia un esame della soglia applicata alle importazioni di basso valore. Secondo Goodacre, i negozi di abbigliamento devono essere parte del confronto e non un’aggiunta successiva.
Anche il British Retail Consortium sollecita un intervento rapido. L’organizzazione afferma che nel commercio al dettaglio sono andati persi 400.000 posti di lavoro nell’ultimo decennio. Il suo Retail Manifesto per il 2026 propone dieci interventi, fra i quali la riduzione dei costi per assumere giovani, la revisione dei diritti del lavoro e la riforma delle business rates. Il portavoce Tom Holder indica inoltre come prioritarie le spese per l’elettricità.
I negozi fisici cercano nuovi modelli condivisi
Mary Portas, consulente che segue il tema delle high street almeno dalla Portas Review scritta nel 2011 per il governo di coalizione guidato da David Cameron, ritiene che Burnham abbia davanti un compito molto ampio. A suo giudizio, il futuro delle vie commerciali dipenderà soprattutto dagli indipendenti e dalla capacità di creare spazi connessi alle comunità.
Un rapporto realizzato dalla sua agenzia We Are Portas con Snapchat indica che il 51% degli appartenenti alla Generazione Z preferisce l’esperienza fisica in negozio, contro il 35% che predilige un acquisto immediato online. Portas segnala modelli nei quali piccoli operatori condividono affitto, gestione e spazi di vendita, trasformando il negozio in un mercato per più marchi.
Per le aziende italiane, questo significa che un eventuale rilancio delle high street potrebbe aprire opportunità non soltanto nelle grandi catene, ma anche attraverso rivenditori indipendenti e spazi commerciali condivisi.
La decentralizzazione porta la moda oltre Londra
Il British Fashion Council vede nella strategia regionale di Burnham un possibile punto di contatto con il proprio progetto Fashion Britain. La proposta mira ad ampliare la partecipazione al settore, evitando che per emergere sia necessario vivere a Londra o diplomarsi nelle scuole della capitale.
All’inizio di luglio, il presidente del consiglio David Pemsel ha ricordato in una lettera aperta al primo ministro che la moda sostiene 67,5 miliardi di sterline di valore aggiunto lordo, pari indicativamente a circa 78 miliardi di euro. Laura Weir, amministratrice delegata del British Fashion Council, sostiene che l’accesso all’industria sia rimasto concentrato in troppo pochi luoghi.
Il divario territoriale non riguarda soltanto la produzione. Secondo l’Institute for Public Policy Research North, nel 2025 la differenza nei finanziamenti per arte e cultura fra nord e sud del Paese era di 450 milioni di sterline, circa 520 milioni di euro. Una politica di investimenti regionali potrebbe quindi modificare il contesto nel quale nascono marchi, negozi e attività manifatturiere; perché ciò accada, però, serviranno misure che includano esplicitamente la moda.
L’identità cooperativa distingue il governo Burnham
Burnham è il primo parlamentare Labour and Co-operative ad arrivare a Downing Street. Nel governo siedono altri sei esponenti riconducibili al movimento, fra i quali la vice leader Lucy Powell, il ministro delle Imprese Jonathan Reynolds e la ministra dell’Energia Miatta Fahnbulleh; più di una dozzina di altri ministri e segretari parlamentari privati provengono dalla stessa area.
Il Co-operative Party è un movimento orientato al lavoro e alla cooperazione. La sua presenza nel governo non garantisce automaticamente una specifica riforma del commercio, ma rafforza le aspettative verso politiche dedicate alle piccole imprese, alla proprietà condivisa e allo sviluppo regionale.
Anche l’abbigliamento del premier è diventato parte del messaggio. La critica di moda del New York Times Vanessa Friedman ha definito il suo stile “Andycore” e ha osservato che Burnham utilizza consapevolmente capi di marchi prodotti a Manchester, come Private White V.C., per collegare immagine personale e identità politica.
La moda dovrebbe ricevere gli stessi sgravi concessi a pub, locali musicali e ospitalità? Condividete la vostra opinione sulla strategia di Burnham per le vie commerciali britanniche.































