La condanna internazionale della pena di morte in Iran si è ampliata fino a raggiungere 32 firmatari, secondo il ministero degli Esteri francese, e chiede a Teheran di fermare immediatamente le esecuzioni e liberare le persone detenute. Il documento, pubblicato mercoledì e sostenuto anche dall’Italia, denuncia il ricorso alle condanne capitali contro i manifestanti. L’iniziativa ha però innescato un duro confronto diplomatico: Parigi ha accusato il governo iraniano di proseguire lo «spargimento di sangue», mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito la posizione francese una forma di «palese ipocrisia».
- La dichiarazione era stata inizialmente sottoscritta da 26 Paesi e dalla responsabile della politica estera dell’UE.
- Il ministero degli Esteri francese ha riferito che il totale dei firmatari è poi salito a 32.
- Tra i Paesi aderenti figurano Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda.
- L’ONU ha riferito di almeno 56 esecuzioni per accuse legate alla sicurezza nazionale dal 19 marzo.
I firmatari sostengono che Teheran stia usando la pena capitale per «silenziare il dissenso» e intimidire chi esercita i propri diritti.
Francia e Iran si accusano sui diritti umani
La tensione è salita dopo l’intervento del ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot. In un messaggio pubblicato su X, Barrot ha affermato che, a sette mesi dalle «diffuse atrocità» contro gli iraniani scesi in piazza per chiedere giustizia e dignità, le autorità continuano a compiere un numero crescente di esecuzioni.
Araghchi ha respinto le critiche, invitando Paesi come la Francia a non impartire lezioni al resto del mondo in materia di diritti umani e diritto internazionale. Il ministro iraniano ha inoltre accusato Parigi di sostenere quello che ha definito il «genocidio» di Israele a Gaza e l’aggressione contro l’Iran, sostenendo che la Francia abbia così perso ogni autorità morale.
La dichiarazione congiunta afferma che l’impiego della pena di morte per intimidire comunità o punire l’esercizio dei diritti umani non è giustificabile. Rivendica inoltre per la popolazione iraniana la libertà di espressione e di riunione pacifica senza timore di conseguenze.
Un documento diplomatico di questo tipo non produce direttamente effetti giudiziari né modifica le sentenze iraniane. Serve invece a coordinare la pressione politica e a rendere pubblica una posizione comune. Per l’Italia, l’adesione significa associarsi formalmente alla richiesta di fermare le esecuzioni e rilasciare i detenuti.
Le proteste economiche sono diventate manifestazioni antigovernative
L’attuale fase di arresti e provvedimenti giudiziari risale alla fine di dicembre dello scorso anno. Le proteste erano cominciate attorno alle difficoltà economiche, all’inflazione, al costo della vita e all’aumento dei prezzi, per poi trasformarsi in più ampie manifestazioni contro il governo.
Le autorità iraniane hanno riferito che sono morte più di 3.000 persone, attribuendo le violenze ad «azioni terroristiche» organizzate da Stati Uniti e Israele. Organizzazioni per i diritti umani con sede fuori dall’Iran indicano invece un bilancio molto più alto e sostengono che le forze di sicurezza abbiano aperto il fuoco sui manifestanti.
Il 28 febbraio, l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha segnato l’inizio di una nuova guerra in Medio Oriente e ha ulteriormente irrigidito la repressione interna. Secondo gli osservatori citati, da allora sono aumentati gli arresti e le esecuzioni collegati sia al conflitto militare sia alle proteste.
L’ONU denuncia processi iniqui e confessioni forzate
Le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per l’escalation delle misure giudiziarie, richiamando l’attenzione sulla mancanza di processi equi e sull’ottenimento di confessioni forzate.
Il responsabile ONU per i diritti umani Volker Türk ha dichiarato all’inizio di agosto che Teheran sta usando le esecuzioni per «diffondere paura e terrore».
Türk ha riferito che dal 19 marzo almeno 56 persone sono state messe a morte per accuse connesse alla sicurezza nazionale, mentre più di altre 100 restano a rischio di esecuzione. Amnesty International sostiene inoltre che l’Iran abbia giustiziato oltre 2.150 persone lo scorso anno, collocandosi al secondo posto, a grande distanza dalla Cina, tra i Paesi che ricorrono maggiormente alla pena capitale.
Questi dati spiegano perché la pena di morte in Iran sia diventata il centro dello scontro diplomatico: la dichiarazione non può fermare da sola le condanne, ma amplia il numero dei governi disposti a contestarle pubblicamente e a chiedere garanzie per manifestanti e detenuti.






























