«L’epidemia si sta intensificando» a un ritmo «eccezionale»: con questo avvertimento l’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto un significativo potenziamento della risposta all’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Al 30 luglio, secondo l’Oms, il Paese aveva registrato 3.605 casi confermati e 1.587 morti, con un tasso di letalità del 44% tra le infezioni accertate. Dichiarata il 15 maggio e concentrata nella provincia nordorientale dell’Ituri, l’epidemia ha già raggiunto altre quattro province ed è diventata la più estesa mai documentata nella Repubblica Democratica del Congo.
- Al 30 luglio l’Oms contava 3.605 casi confermati e 1.587 decessi.
- L’epidemia è causata dal ceppo Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti approvati.
- Il focolaio è il secondo più grande al mondo dopo quello dell’Africa occidentale del 2014-2016.
- Due diversi candidati vaccini contro il ceppo Bundibugyo sono in fase di sviluppo.
«Il mondo deve prestare molta più attenzione», ha dichiarato Carl Skau, direttore esecutivo ad interim del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite.
Skau ha definito quella congolese «l’epidemia di Ebola a più rapida diffusione che abbiamo mai visto». Anche l’Oms ha descritto una trasmissione persistente, accompagnata da un continuo aumento dei casi e dei decessi segnalati.
L’insicurezza nell’est complica la risposta sanitaria
Il centro dell’epidemia è l’Ituri, provincia che confina con il Sud Sudan e l’Uganda. Il virus si è diffuso anche nel Nord Kivu e nel Sud Kivu, dove capoluoghi provinciali e ampie aree sono controllati dal gruppo armato M23, sostenuto dal Ruanda.
«La convergenza tra insicurezza, sfollamenti e mobilità della popolazione e movimenti transfrontalieri complica le operazioni di risposta e aumenta il rischio di un’ulteriore diffusione geografica», ha affermato l’Oms.
Questo significa che il contrasto all’epidemia non dipende soltanto dagli strumenti medici. Individuare i contagi, raggiungere le comunità e seguire i contatti diventa più difficile quando persone e operatori sanitari si muovono in territori segnati dal conflitto. La vicinanza a due confini internazionali rende inoltre essenziale il coordinamento sanitario tra Paesi.
I dati mostrano la velocità dell’aumento: le infezioni confermate erano 2.000 il 15 luglio e hanno superato quota 3.500 nel giro di poche settimane. Secondo l’Africa Centres for Disease Control and Prevention, nei primi tre mesi l’epidemia ha causato cinque volte più morti rispetto ai precedenti focolai di Ebola nello stesso intervallo di tempo.
Più casi dell’epidemia congolese del 2018-2020
Il focolaio attuale ha superato per numero di casi quello del 2018-2020, finora il più letale nel Paese, che provocò quasi 2.300 morti su circa 3.500 infezioni registrate.
Su scala mondiale, soltanto l’epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016 è stata più grande, con 28.616 casi segnalati in Guinea, Liberia e Sierra Leone. L’Ebola è una malattia grave e spesso mortale: si trasmette dagli animali infetti e, tra le persone, attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei. Negli ultimi 50 anni ha causato più di 15.000 morti in Africa.
I vaccini sperimentali non sono ancora strumenti approvati
L’attuale epidemia è provocata dal ceppo Bundibugyo, contro il quale non sono disponibili vaccini o trattamenti approvati. L’Oms ha indicato come candidato «più promettente» un vaccino in sviluppo presso Hilleman Laboratories, società con sede a Singapore.
Un altro vaccino contro lo stesso ceppo è sviluppato dall’Università di Oxford. La scorsa settimana il primo volontario ha ricevuto una dose nell’ambito di una sperimentazione clinica.
Per la risposta in Congo, questo implica che non è ancora possibile fare affidamento su un vaccino specifico già autorizzato. L’avvio di una sperimentazione segnala un progresso nella ricerca, ma non dimostra da solo né l’efficacia né la sicurezza definitiva del candidato, aspetti che devono essere valutati attraverso il percorso clinico.































