Il deperimento da Phytophthora, una malattia vegetale introdotta, è associato a un habitat meno favorevole e a una minore attività di scavo dei quenda nelle foreste di jarrah dell’Australia occidentale. Lo indica uno studio sul campo della Murdoch University, condotto per un anno in cinque riserve boschive dello Shire of Mundaring, a est di Perth. Confrontando zone sane e aree fortemente infestate, i ricercatori hanno rilevato in queste ultime meno arbusti e grasstree utilizzabili come rifugio, più terreno nudo e il 33% in meno di scavi attribuiti alla ricerca di cibo.
- La ricerca ha confrontato aree sane e infestate in cinque riserve dello Shire of Mundaring.
- Nelle zone colpite sono stati misurati il 46% in meno di copertura arbustiva bassa e il 45% in meno di grasstree abitabili.
- Il terreno nudo era superiore del 40%, mentre l’attività di scavo dei quenda risultava inferiore del 33%.
- Lo studio è stato pubblicato nel 2026 sulla rivista Austral Ecology.
La perdita di ripari coincide con una minore ricerca di cibo
Il gruppo ha misurato la copertura degli arbusti, l’abbondanza dei grasstree, la quantità di terreno scoperto e il numero di buche scavate dai quenda durante il foraggiamento. Queste piante australiane trattengono attorno al tronco foglie morte che possono offrire riparo e spazi per la nidificazione a diversi animali autoctoni.
Secondo l’autore principale Tom Mansfield, i quenda e specie affini di bandicoot prediligono una vegetazione arbustiva densa, utile per sottrarsi ai predatori. L’obiettivo della ricerca era quindi verificare se il deperimento delle piante fosse associato a un diverso uso del paesaggio, compreso l’accesso all’habitat e alle risorse alimentari.
Il risultato centrale è che, dove la vegetazione protettiva si dirada, i quenda scavano meno anche se continuano a entrare nelle aree infestate.
Il conteggio delle buche è un indicatore dell’attività di foraggiamento, non una misura diretta del numero di animali o dell’effettiva esposizione ai predatori. Lo studio documenta dunque un’associazione tra degrado dell’habitat e minore attività di scavo, ma da solo non dimostra in modo definitivo il meccanismo causale.
Le prove sulla disponibilità di cibo restano inconcludenti
I ricercatori non hanno ottenuto prove conclusive di una diminuzione dei funghi simili ai tartufi, una delle possibili risorse alimentari. Anche la copertura di graminacee ed erbe, che possono produrre bulbi e tuberi consumati dai quenda, non risultava compromessa.
Questa combinazione porta gli autori a ritenere possibile che gli animali trascorrano meno tempo nelle zone degradate perché maggiormente esposti, anziché per una semplice carenza di cibo. La presenza di scavi anche nelle aree infestate suggerisce inoltre che gli arbusti e i grasstree sopravvissuti continuino a essere utilizzati.
Meno scavi può significare meno benefici per la foresta
I quenda sono descritti come “ingegneri dell’ecosistema”: cercando cibo smuovono il terreno, favoriscono l’assorbimento dell’acqua, interrano semi e diffondono funghi utili alla foresta. Sono tra i mammiferi scavatori ancora impegnati in queste funzioni nel sud-ovest dell’Australia occidentale.
Questo significa che la perdita dell’habitat dei quenda può incidere non soltanto sugli animali, ma anche sui processi naturali alimentati dai loro scavi.
È un passaggio rilevante anche oltre il caso australiano: quando una malattia colpisce le piante che formano la struttura di un habitat, gli effetti potenziali non si fermano alla flora. Possono coinvolgere il comportamento della fauna e, indirettamente, le funzioni ecologiche svolte dagli animali.
La ricostruzione del sottobosco emerge come priorità
Gli autori indicano come possibili interventi la protezione dei grasstree sopravvissuti, il contenimento della diffusione della malattia, l’individuazione di piante resistenti per il ripristino e la sperimentazione di rifugi artificiali. La ricostruzione di un sottobosco denso potrebbe rendere nuovamente più adatte ai quenda le foreste degradate.
Anche iniziative locali, come gruppi di rivegetazione e giardini progettati per favorire la fauna, potrebbero contribuire a compensare la perdita di ripari. In pratica, la ricerca suggerisce che recuperare la struttura fisica dell’habitat sia importante almeno quanto valutare la disponibilità di alimenti.
Nelle aree colpite da malattie vegetali, dareste priorità al ripristino del sottobosco o alla creazione di rifugi artificiali per la fauna?






























